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Il Maestro Riccardo Muti ha incantato, lunedì 18 gennaio, un gruppo di detenuti del carcere modello di Bollate: una casa di detenzione dove il reinserimento nella società civile prevede, tra l’altro, momenti a “passo di musica”. Riccardo Muti ha suonato per loro e per il personale del penitenziario, come ha spiegato la direttrice del carcere Lucia Castellano, “all’insegna della più completa informalità”. Il Maestro ha suonato alcuni brani al pianoforte di Beethoven, Mozart e Schubert, rivolgendosi a questo speciale pubblico con grande sensibilità. Noi del Comitato VivaToscanini, al quale Muti ha dato un grande contributo nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantenario della morte di Arturo Toscanini, vogliamo esprimere la nostra felicità per questa sua significativa performance, attenti come siamo alla diffusione della musica soprattutto tra chi, per vari motivi, in alcune fasi della propria esistenza può trovarsi in uno stato di emarginazione e solitudine. Il nostro amico Riccardo Muti ha accettato ben volentieri l’incontro all’Istituto penitenziario, manifestando grande generosità verso persone private della libertà. Era stato invitato da Willy Bulandi, un detenuto ora felicemente reinserito nella vita attiva, a nome del gruppo musicale del settimo reparto della seconda casa di reclusione di Milano. Un pubblico commosso - cento persone circa tra carcerati e personale - ad ascoltarlo estasiato brani celeberrimi come il Chiaro di luna di Beethoven, lo ha seguito per quasi due ore. Muti non ha voluto che fosse che questa sua esibizione fosse chiamata concerto, ma piuttosto qualcosa di cui la mente ha necessità di nutrirsi: «Che vi servirà sempre - ha detto - qui dentro e poi fuori, che non richiede competenza ma solo cuore e ascolto, e mi raccomando fregatevene dei soloni che non capiscono un cacchio».
Dai Preludi di Chopin agli Improvvisi di Schubert, Muti ha dato lezioni di musica spiegando la dodecafonia in dodici secondi netti, consigliando di prestare attenzione anche all’armonia oltre che alla melodia «Perché se guardate solo alla linea melodica fate come quelli che mangiano gli spaghetti senza ragù né pomodoro». Ha rallegrato i presenti ricordando le sue origini geografiche: «Mia madre era sposata a Molfetta ma, se doveva partorire, prendeva il treno e tornava a Napoli: quando dovrete dire dove siete nati, spiegava, se dite Napoli vi capiscono tutti, se dite Molfetta dovete star lì a spiegare per mezz’ora dov’è». Ha parlato del suo stato d’animo durante un concerto di Rubinstein a Bari, «dove lui eseguì Schubert e io capii che se si riuscivano a trasmettere quelle emozioni valeva la pena che ci provassi anch’io» e di quando convinse un gruppo di studenti a cantare tutti l’Inno di Mameli, «anche se loro forse credevano di dover fare La bela madunina». Alla fine ha ironizzato anche sulle sue abilità concertistiche: «Una volta ero un pianista discreto, adesso faccio schifo». Si è congedato Muti, dopo aver firmato un mucchio di autografi, promettendo ai detenuti di Bollate di volerli rincontrare molto presto, forse in estate.