Il progetto, promosso dal Comitato Internazionale Viva Toscanini, prevede la realizzazione di un Docu-Film in coproduzione con RAI CINEMA unitamente alla e sulla realizzazione di una produzione dell’Opera Turandot di Giacomo Puccini, della quale i costumi e le scene saranno progettati da bambini italiani che lavoreranno con bambini cinesi sotto la guida di costumisti e scenografi italiani.
L’Opera, co-prodotta dal Grand Theatre Opera House di Shanghai, sarà poi rappresentata in Cina durante l’Expo 2010 nei periodi stimati di massima affluenza mondiale all’evento.
L’Opera, prodotta dal Comitato Internazionale Toscanini, sarà realizzata in co-produzione con il Gran Theatre Opera House of Shanghai.
Il docu-film sarà prodotto in collaborazione fra il Comitato Internazionale Viva Toscanini ed un produttore esecutivo e co-prodotto da RAI CINEMA. La produzione esecutiva sarà curata poi con idonee.
Qui di seguito riportiamo una scheda sintetica del progetto.
Italia – Cina – Italia
Expo Shanghai, l’anno della Cina in Italia 2010
Le premesse
L’idea è coinvolgere ragazzi cinesi e italiani nell’allestimento dell’opera, come scenografi e costumisti. Le lezioni sono già cominciate. Paola Severini, Segretario Generale del Comitato Internazionale Viva Toscanini, è andata a Pechino, ha preso i primi accordi, i finanziamenti arrivano da una squadra formata da Istituzioni e imprenditori italiani. L’anno prossimo sarà anche quello dell’integrazione Italia-Cina nel nome di Turandot, l’ultimo capolavoro del melodramma italiano. Le iniziative sono due: L’Expo a Shanghai e l’anno della Cina in Italia in occasione dei 40 anni dal riconoscimento della Repubblica Cinese da parte della Repubblica Italiana.
“Chi pose tanta forza nel tuo cuore?” è la domanda, piena di sconcerto, che la gelida Turandot pone a Liù, la ragazza cinese segretamente innamorata di Calaf, e che preferisce morire piuttosto che compromettere l’amato.
Come tutti i capolavori teatrali che si rispettino, la Turandot si erge dal palco come un sogno poderoso, e non fa nulla per nasconderlo. Qualcuno crede veramente per un attimo che il sipario si apra su Pechino? I nomi degli abitanti di questa città sono talmente scimmiottati da essere buffi, e la protagonista è una donna che è dichiaratamente illusione:
Ping, Pong, Pang
…una principessa! Peuh! Che cos’è?
Una femmina colla corona in testa
e il manto colla frangia!
Ma se la spogli nuda è carne!
È carne cruda! È roba che non si mangia!
L’ami? Che cosa? Chi? Turandot?
Ah, ah, ah! Turandot!
O ragazzo demente!
Turandot non esiste!
Non esiste che il niente nel quale ti annulli!
Turandot non esiste, non esiste!
Come ne La tempesta di Shakespeare, tutta l’opera non è altro che un immane sogno in una landa esotica, una fantasmagoria messa in piedi da un mago per “insegnare” un sentimento a qualcuno. Prospero a sua figlia; Calaf a Turandot. E guarda caso in entrambe le opere il sentimento insegnato è l’amore.
Nel caso de La tempesta come in quello di Turandot, si tratta dell’ultima opera composta dall’artista: per Shakespeare è un testamento spirituale sul teatro; Puccini ha lasciato la partitura incompiuta.
Dunque la Turandot potrebbe essere vista come un’occasione per raccontare come noi vediamo la Cina – ma come vedono la Cina i bambini cinesi di Prato? Per molti di loro, nati in Italia da genitori cinesi o arrivati in Italia tra i 6 e 10 anni, la Cina è un luogo dell’immaginario altrettanto che per noi.
E allora indaghiamo questo immaginario: di cosa è fatto? Cosa è la Cina per loro? Odori, colori, suoni, parenti, luoghi prediletti? Oggetti? Foto?
Il progetto docufilm
La nostra idea è di radunare gli oggetti, le foto di famiglia e gli home movies di questi bambini, e comporre con queste scaglie di ricordi la scenografia e i costumi dell’allestimento.
Attraverso due laboratori di costumistica e di scenotecnica, saranno i bambini cinesi di Prato i protagonisti: spetterà a loro, per una volta, ricomporre lo spazio mitico, esotico della Turandot.
Realizzeremo anche un laboratorio coreografico per il coro della Turandot (nel libretto “la folla”, “i ragazzi”, “i sacerdoti bianchi”, il popolo di Pechino), attingendo alla variopinta tradizione delle 55 minoranze etniche cinesi. La maggioranza dei Cinesi in Europa proviene da Wenzhou, distante migliaia di chilometri dalla capitale: è possibile che molti di questi bambini a Pechino non siano mai stati, e vivano il viaggio nella capitale come un viaggio verso l’utopia, o verso il ritorno alla madrepatria.
Il nostro documentario seguirà questi laboratori, il dietro le quinte dell’opera, il crescere del suo allestimento in Toscana fino all’esordio al Teatro dell’Opera di Roma e alla tournée allo Shoudu juchang (Teatro della Capitale) a Pechino, con il confronto tra come i bambini cinesi di Prato immagina la Cina e come il pubblico pechinese percepirà questa costruzione dell’immaginario.
Ma poi questi bambini desiderano veramente tornare in Cina? O forse piuttosto considerano l’Italia come la loro madrepatria definitiva? La loro identità non è un poco “a cavalcioni”? Le persone non desiderano forse fuggire sempre altrove, sì, ma in definitiva in un luogo dell’immaginario? Come ci ricordano i tre ministri di Turandot,
Ping, Pong, Pang
E stiam qui a stillarci il cervel, sui libri sacri!
E potrei tornare a Tsiang.
E potrei tornare laggiù. E potrei tornare a Kiu…
a godermi il lago blu. Tsiang… Kiu…
Honan… tutto cinto di bambù!
I laboratori con i bambini saranno un grimaldello narrativo proprio per raccontare il loro immaginario ed esplorare le loro storie familiari: le personali odissee dei loro arrivi in Italia, le loro aspirazioni, le loro contraddizioni, la loro integrazione giorno per giorno con i loro coetanei, nella discrezione dei piccoli gesti della quotidianità. È con i piccoli gesti che un documentario deve avere la pazienza e il coraggio di sintonizzarsi.
In un ristorante cinese di Prato una cameriera giovanissima porta dei Lanzhou lamian, delle tagliatelle tipiche della regione del Gansu, belle piccanti. Ha quattordici anni, pratica ginnastica artistica ma al pomeriggio dà una mano nel ristorante di famiglia:
“A me stare in Italia, a Prato, non piace per niente.
È tutto così sporco, così scomodo.. certo, so che l’Italia è un bel paese, ci sono tante belle città, ma per noi non fa tanta differenza. Con il lavoro però sono stata fortunata: lavoro in un ristorante, il padrone è molto buono con me, e ha due figli.
Sono molto bravi e mi trovo bene, ma nella sua famiglia nessuno ha studiato molto, in Cina. Parlare con loro…insomma, si chiacchiera, ma non c’è mai occasione di parlare di cose un po’ più profonde.
Non ho molto amici. Non ho davvero tempo per cercarmi nuove amicizie: lavoro in un ristorante, dalle 10 alle 15. poi torno a casa a controllare se mia madre ha bisogno: mia madre fa borse su commissione agli italiani, allora magari le do una mano. Poi torno al ristorante dalle 18 alle 23.30, ora che ho mangiato si fa mezzanotte e mezza.”
Attorno alle tagliatelle di Lanzhou, una piccola folla di amici cinesi si è accalcata.
“Io vivo in Italia da ormai dieci anni. Ogni volta che torno al mio paese non mi sento tanto a mio agio.
Ormai sono abituato al fatto che l’Italia è pulita, sui mezzi pubblici c’è poca gente. In Cina c’è troppa gente, troppa confusione…
Sinceramente ora a me piace più l’Italia che la Cina: per una vacanza va bene, magari per andare a trovare i parenti…ma per vivere preferisco l’Italia.”
“Da quando sono in Italia ho sempre gli occhi rossi.
È proprio vero quello che si sente dire in Cina: “all’estero si mangia solo due volte al giorno”.
Nelle cucine dei ristoranti trovi il Quarto, il Terzo, il Secondo e il Grande Cuciniere.
Poi arrivano i dianxiaoer, i servi di bottega, quelli che nei romanzi cinesi fanno l’inchino, spargono frasi cerimoniali…io sono appunto uno di questi. Un bravo dianxiaoer deve far arrivare i piatti il più rapidamente possibile sul tavolo del cliente, scansando tutti a mo’ di giocoliere, come un calciatore che si avventa testa bassa sulla palla.
‘Mangiare amaro e lavorare sodo’: questo è il proverbio di Wenzhou che mi porto dietro da casa e mi tengo ben impresso nella testa.”
“Adesso stiamo cercando di organizzare dei corsi di cinese per i nostri figli, perché non lo perdano o non parlino un cinese troppo scadente. Alcuni di noi mandano i loro figli in Cina per uno-due anni, a fare un pezzo di università, così non perdono la lingua.”
Concludendo
La Turandot si rivelerà così un utile specchio per raccontare l’oggi: nell’opera come ai nostri giorni, serpeggia la paura dello straniero e l’orgoglio personale come barriera alla comunicazione. Penso a due battute della protagonista:
Turandot
Pure nel tempo che ciascun ricorda,
fu sgomento e terrore e rombo d’armi.
Il regno vinto! E Lou-Ling,
la mia ava, trascinata da un uomo come te,
come te straniero, là nella notte atroce
dove si spense la sua fresca voce!
Turandot (a Calaf)
Non guardarmi così!
Tu che irridi al mio orgoglio, non guardarmi così!
Ecco perché iniziavo dicendo che la protagonista è Liù: si deve al martirio di questa gracile ragazzina cinese la rimessa in moto della solidarietà fra le persone, che oggi risuona come un messaggio di ottimo auspicio per l’integrazione fra la comunità cinese e quella italiana. Io credo che ogni bambino cinese di Prato possa essere un maestro dei sentimenti, una Liù per il nostro cuore. Ascoltiamo la sua storia mentre ci guarda negli occhi.
Turandot
Chi pose tanta forza nel tuo cuore?
Liù
Principessa, l’amore!